1971 di Giuseppe Alizzi

Per ascoltare devi Consentire i controlli ActiveX

Millenovecentosettantuno non è la presunzione di dare significato a tutto dall’inizio perché un inizio non c’è, c’è il silenzio prima dell’inizio ma non c’è un indizio perché l’inizio non è che quel ritrovarsi, nel futuro, nel momento più vicino all’inizio, ma e’ solo una interpretazione.
Non mi riferisco al rifiuto della psicologia: che piaccia o no, negarla significherebbe credere che ogni giorno è un risveglio senza ieri, una nuova esistenza e ogni volta una morte. Vivere il presente e’ un miracolo che non può durare che poco altrimenti sarebbe PURA VEROSOMIGLIANZA tra l’io e l’immaginario, la pazzia, un flusso continuo, la dimenticanza.
Non si vuole dare troppa importanza a quel silenzio che viene prima dell’inizio, perché e’ uguale a quello che viene dopo la fine, e allora dire che il millenovecentosettantuno e’ l’anno della mia nascita o della mia morte non fa alcuna differenza. Millenovecentosettantuno non e’ una data, né segna un evento, né l’evento di un segno, né un segno senza evento. Ma se l’intento e’ quello di non dare troppo conto alla psicologia pur avendo dichiarato di non negarla, non voglio dare troppa importanza alla filosofia, né voglio negarla. Dare un resoconto antropologico della mia vita non sarebbe altro che tentare di innestare la psicologia nella filosofia e viceversa.. Partire da queste basi, basi poco stabili, ma degli eventi non bisogna fare nessun calcolo.
Millenocentosettantuno non è il tentativo di fare gigantesche somme di accadimenti e date, né di spingere tutto verso dietro. Ripeto, per me il silenzio di prima dell’inizio è uguale a quello di dopo la fine - e dicendo questo non faccio riferimento ai vari aldilà, nulla, o nonnulla. Millenovecentosettantuno e’ quello che la scienza non può spiegare, né la matematica. Potrei stare a guardarlo fino all’allucinazione, e non sto nemmeno a menzionare l’ipotesi della bugia: non ha niente a che fare con me.
Quando vivevo con mia madre, sorelle e fratelli, sapevo parlare di disagi veri, quelli economici, i traumi domestici. Adesso mi propongo scandali intellettuali. Ma i traumi continuano, io sono più partecipe adesso di quanto lo ero prima dei loro problemi, mia madre mi telefona con quel tono di voce che sembra debba comunicarmi la fine del mondo. Io vivo col terrore di ricevere la telefonata che annuncia la morte di qualcuno dei miei.
Ma questi traumi sono entrati in un circolo vizioso, ripetizione, tanto da perdere il loro effetto. Con il ripetersi, certi eventi passano in una condizione altra da quella che condiziona la tua vita. Non sono fatto per le relazioni perché, quando mi piace qualcuno io vorrei stare sempre con lui a guardarlo, dirgli sempre -mi piaci-, dirgli sempre cose carine.
Mia madre, quando abitavamo a Sperone, mi mandava ogni giorno a comprare il vino da una signora. Con lei viveva sua sorella, una figura sconvolgente, curva in avanti, scura, con nel viso un’espressione tra il pianto e la voglia di terrorizzare. Ma lei era solo una martire, trattata come una scopa, soffriva cosi tanto che forse non le restava altro che trasformare la sua sofferenza in fonte di terrore e disprezzo (ciò che avrei rivisto nel film Carry di S.king). Fatto è che io rimanevo di ghiaccio, correvo via gridando. Era l’idea di lei come di una morta resuscitata. Oggi la morte, si dice, è stata spostata in un luogo lontanissimo da noi da far si che risulti ridicola ogni possibile speculazione sulle possibili relazioni tra noi e i morti. Ma non siamo arrivati a questo perchè eravamo stanchi di essere ossessionati dai morti? L’idea della morte, come luogo dove risiedono anime per lo più infelici che cercano giustizia nell’aldiquà, ha creato tutti quei fantasmi e streghe da bruciare - la nostra vita continuamente messa davanti al giudizio dei morti. Mentre oggi abbiamo il coraggio di dire a un morto, che nella vita e’ stato un pezzo di merda, che continua ad esserlo anche da morto. E’ questo che ha fatto Edgar Lee Master. E’ questo millenovecentosettantuno.
Quando si parla d’amore si finisce sempre per parlare d’altro. Cosi nacqui, se fossi certo di essere esistito prima, allora si che direi –insomma non ho chiesto di nascere!-, ma forse lo si dice perchè esserci pone un confronto con un nostalgico non esserci.
Dopo la psicologia ci può essere solo l’antipsicologia, ma dopo la filosofia che non fa altro che distruggere il distrutto? La scienza intanto è andata nello spazio a cercare l’utero da dove siamo usciti, e anche l’universo è diventato un flusso mentale, anche li Edipo.
Mio padre non me lo ricordo, ecco qua, il padre assente, tipico, edipico, moltiplico per due e la famiglia è fatta, più niente da dire.
Il cadavere (mio padre, quello me lo ricordo) è sicuramente la forma pura e vuota che brilla di se stessa, non più in gioco tra illusione e realtà. Ma quando si decompone il cadavere si rimette in gioco nel processo di trasformazione (corpo-cenere) dell’esistenza: realtà e illusione. Ma certo che non ci vuole molto a fare in modo che i figli non diventino il frutto deprimente di mamma a papà, bisogna lasciarli in pace già da piccoli. Ma il figlio o e’ ossessionato dall’affetto morboso dei genitori oppure smarrito. C’e’ sempre un triangolo che sia completo o che sia mancante di un lato. Numero tre, trinità, tridimensionalità del reale, poi venne l’immagine a togliere al reale una dimensione. Non ha forse Dio due dimensioni? Noi sappiamo come farci ad immagine e somiglianza di Dio. Se il mondo e’ psicologico e’ inutile parlare di psicologia, la psicologia non chiede altro che di essere scagliata contro se stessa. Ma fa lo stesso la filosofia nel tentativo di distruggere ogni assoluto, essa cerca se stessa come assoluta ciarlatana. E non e’ quello che fa il linguaggio stesso? Ad un certo punto si fa ricorso a quel META, metafisico, metapsicologico, metalinguistico... e quel meta assume un significato ancora più rivolto contro se stesso, sembra che dica LIBERIAMOCI DI...
Cosi nacqui in quell’anno, preciso, molto, poco, colto di sorpresa, 1971. Prima della parola non c’era che uno stato, cioè, io c’ero prima del linguaggio, poi sono diventato linguaggio. Cosi dire che c’ero prima di iniziare a parlare e’ inutile perché e’ una condizione ignota anche a me stesso essendo io linguaggio. Il linguaggio non ha niente da dire su quel silenzio e nemmeno su se stesso. Negare la stabilità dell’io col linguaggio e’ insensato perché l’io e’ sempre limitabile (quindi stabile) col linguaggio stesso. La vastezza dell’io sta nel silenzio perché non c’e’ nessun tentativo di quantificarlo come maschere e contraddizioni. Tentativo che rende il soggetto oggetto della psicoanalisi. Perciò questi grandi artisti, salutari negatori dell’io, potrebbero starsene belli e zitti. Il testo e’ un tentativo di limitare, fuori dal testo c’e’ il silenzio, dentro il testo c’e’ben poco. E’ questo che vuole dire Deridda, quando dice –non c’e’ niente fuori dal testo- perché c’e’ bisogno di uno spazio grande quanto il nulla per esprimere il tutto, allora meglio stare zitti, meglio non scrivere). Dentro il linguaggio c’e’ un io calcolato, che lo si neghi o no, che lo si copra con una o varie maschere.
La musica comunque e’ sempre rilevante, c’e’ qualcuno che non ascolta musica? No, allora la musica non e’ rilevante affatto, la musica isola tutti noi per lo stesso motivo e per lo stesso ci fa mal sopportare gli altri. In discoteca non si va per socializzare ma per ufficializzare la propria solitudine, per farla brillare, di solitudine si brilla (Walter Siti), e si balla. Un paradosso, darsi appuntamento in un posto con lo scopo di ignorarsi. La discoteca. Ma forse e’ necessario, in un mondo dove tutti ormai ci riconosciamo, per ignorarsi, bisogna che esista qualcuno che organizzi questo evento. Il triangolo tu-musica-droga è una situazione molto lontana da quella dal divertimento o suo opposto, piacere o dispiacere. Freud, ahimè, c’entra sempre, il triangolo edipico si forma sempre, anche se manca mamma e papà. Edipo e’ un vortice da svuotare. L’antiedipo è un vortice vuoto. Tra i due esiste lo scrivere libri.
Siamo tutti macchine (Deleuze-Guattari), sarà, ma cosa si fa, quando l’innesto bocca-capezzolo finisce? In che modo il padre contribuisce in questo macchinario se non in modo META-meccanico? Come si fa a non considerare il resto mentale? E’ inutile cercare altro aldilà dello psicologico, bisogna solo rivolgersi contro. Chi vuole essere schiavo di qualcosa e’ padrone di farlo. L’autodisciplina e’ quel rapporto schiavo-padrone che non ha né schiavo né padrone, scomparsa dell’altro, ma chi ne ha bisogno dell’altro? E’ proprio perché non conosceremo mai noi stessi che abbiamo interiorizzato l’altro: il nostro io diventa l’altro. Rimbaud aveva un motivo per mettere in pratica questa totale eliminazione dell’altro per diventare egli stesso estraneo a se: diventare poeta. Ma il fatto e’ che oggi siamo tutti dei Rimbaud senz’arte ne’ parte. L’altro ci distrae dall’impossibilità’ di sapere chi siamo noi, ma l’altro porta sempre a noi stessi, allora meglio fare diventare altro il nostro io, cosi Medusa non fa diventare di pietra più nessuno, e in noi non c’e’ più l’ombra di nient’altro. Il buco nero dell’identificazione.
Si va solo di tunnel in tunnel, liberarsi della famiglia dalla libertà di scegliere il tunnel. Rinunciare al profondo per poi fare l’intervento chirurgico al superficiale. Non fare assolutismi sull’incertezza, lasciare che sia appunto incertezza.
Ora vado all’ufficio anagrafe e glielo dico.

Immagine positiva

  • chi sono

    Gli altri ci vedono! Ci osservano! Ci criticano ma anche, qualche volta, ci copiano. Il più delle volte siamo noi, seppur inconsciamente, a copiare il modo di essere degli altri

  • Essere o apparire di Dino T.

  • essere o apparire

    Siamo nell'epoca dell'apparire, questo è un fatto incontrovertibile e verificabile in ogni istante. O forse non è solo una caratteristica di quest'epoca, ma dell'essere umano in genere......