sono già morto

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polli

Sono già morto minerale e diventato pianta
Sono morto pianta e mi sono elevato ad animale
Sono morto animale ed ora, eccomi qua uomo. Perché devo aver paura della morte? Quando mai sono diventato di meno morendo?
Cosa mai potrò ancora essere: Acqua? Vento? Luce? Extraterrestre?

Cronaca sul caro estinto

sono già morto

BARI - (ma succede ovunque) L'addetto all'obitorio sfoggia un ghigno sardonico, un impasto di indulgente compiacimento levantino e di fiera autoassoluzione. Poi s'aggiusta il bracciale in acciaio tempestato d'oro. "I morti fanno campare i vivi". È la prima regola che ti insegnano. La più elastica. E così, tutti o quasi, in una sorta di lavacro collettivo in nome de "l terris", che a Bari sono i soldi, si sentono come autorizzati a muoversi con disinvoltura; a levarsi di dosso tormenti e imbarazzi di fronte ai morti.

Tutti vuol dire tutti: gli imprenditori delle onoranze funebri, i medici, gli infermieri, i barellieri, i necrofori, gli autisti delle ambulanze e i loro colleghi del soccorso stradale; i papaveroni degli ospedali pubblici e i centralinisti delle cliniche private. E poi le "sentinelle", gli amici, gli amici degli amici, i vicini di casa, i grandi e i piccoli pesci del collaudato sistema affaristico - molto abusivo, molto sommerso - che ruota attorno al "caro estinto".

Caro davvero. Perché mangiano in tanti. In barba alla legge che governa, o dovrebbe governare, la dura attività di Caronte. Prendono tangenti in cambio di una soffiata; spifferano il nome del morto alla ditta di servizi funebri; suggeriscono l'impresa amica ai parenti. Rubano soldi a chi non c'è più.
Funziona così a Bari. In Puglia. In tutta Italia.
Ho collaborato una settimana con un'agenzia mortuaria barese. Sono una ventina. Lavorano tutte con buoni fatturati, e tutte con lo stesso sistema. Una settimana è abbastanza per capire come e quanto rende una morte fuor di listino e fuor di fattura. Per rendersi conto degli affari sporchi chiusi assieme alla bara; del marcio che precede, e accompagna, come lo definisce un collega in una delle nostre prime uscite, il "viaggio di sola andata".

La seconda regola la snocciola lui, davanti a un infermiere storicamente complice (lavora in un ospedale pubblico già toccato in passato da casi di tangenti sui morti). È un tipo sui 35 anni, vestito alla moda, orecchino, abbronzatura, dialetto torrenziale. Con le soffiate, dice, arrotonda, anzi, raddoppia, i 1.200 euro di stipendio. "Mondo era, mondo è, e mondo sarà", chiosa il mio compagno di lavoro prima di salutarlo. In pratica: le mazzette sui morti si pagano, si pagavano, e si pagheranno sempre. Qui la chiamano "caffè". "Se procuri il morto, hai il caffè pagato".
E anche bene. Il listino va dai 200 ai 500 euro. Cash. Ho visto banconote scivolare di mano in mano per strada, al bar, negli ascensori, lungo le rampe degli ospedali. Nei posti più banali dove si può saldare al riparo da rischi uno scambio di favori. Prima e dopo i funerali. Sono mazzette da tutti i giorni, briciole rispetto a quelle sui grandi appalti. Ma tanti granelli fanno una montagna.

La prima bustarella della settimana viene consegnata di martedì. È un modo ormai istituzionalizzato, e ampiamente condiviso, con cui l'impresa funebre unge chi si è adoperato per segnalare un decesso. Appena avvenuto o, in alcuni casi, imminente. L'imbeccata corre indisturbata sulle linee telefoniche, in colloqui occasionali per strada. Poi si paga il conto. Bar non elegante, quartiere Madonnella, alle spalle del lungomare. "Mò dobbiamo incontrare un amico, due minuti e abbiamo fatto". Una busta bianca, un po' spiegazzata, con dentro 300 euro. Quattro banconote da 50, dieci da 10. Chi la riceve sembra farlo quasi svogliatamente: come se fosse un'abitudine, un passaggio burocratico automatico e persino un po' scocciante.

Si parla del più e del meno al bancone del bar. "Oggi faccio il pomeriggio, voi quanti ne avete stesi?" (di morti). Lui fa il barelliere. Viene dal quartiere San Paolo, u Cep, come lo chiamano i baresi. Un tempo si arrangiava con attività meno nobili: scippi, furti, qualche spaccata, un po' di parcheggio abusivo. "Ma oggi è tutto finito, non ci sta più niente... Meglio un lavoro onesto". È un modo molto personale di raccontare il passaggio dall'illegalità alla "legalità".

Il pomeriggio scorre tra un funerale e una cremazione. Adeguatamente oliate le due sentinelle: uno, un centralinista ospedaliero di pochissime parole, lo incontriamo per strada, dalle parti del sacrario militare di Japigia. L'altro, un infermiere non alle prime armi, più esuberante, riceve nell'androne di casa. Duecento euro ciascuno: "Grazie, ci vediamo. E una pizza, quando ce la dobbiamo fare?"

Soldi. Soldi, e oro. Oltre alle mazzette ci sono il denaro sfilato dalle tasche dei morti e gli effetti personali. Catenine, braccialetti, anelli, persino denti d'oro. La prassi è diffusa, collaudata. Chi arriva per primo sul cadavere fa tombola. "Spiccioli, niente di che... Cinquanta, massimo cento euro. Quanto vuoi che abbia addosso una persona normale?", minimizza un altro barelliere, davanti al Pronto soccorso. Gli avvoltoi delle "persone normali" sono vestiti da infermieri o da necrofori. Piombano sulla scena di un incidente stradale, anticipano il magistrato di turno e il medico legale. Oppure agiscono direttamente in obitorio. Alla svestizione della vittima, per legge, dovrebbero assistere un poliziotto o un carabiniere. Ma gli sciacalli molte volte hanno campo aperto. Un medico indicato come parte in causa aspira la sigaretta davanti alla macchina del caffè, un piano sotto il suo reparto: "Il modo lo trovano sempre, è diventato normale togliere qualcosa al morto. È sempre stato così, siamo a Bari... ".

Per assistere alla normalità bisogna non formalizzarsi. Soprattutto, ci vuole stomaco. Sette giorni tra cimiteri, nosocomi, pubblici uffici e luoghi privati dove si onoravano (si onoravano?) i defunti. O ci si preparava a farlo. Decessi una decina. Una ventina di "contatti". Telefonate, appuntamenti, frasi in codice. Strette di mano e sorrisi d'intesa. Mi faccio forza per entrare negli obitori. Quelli di tre ospedali. Il Policlinico (il più grande di Puglia e il secondo del Mezzogiorno dopo il Cardarelli di Napoli), il San Paolo e il Di Venere. E di cinque cliniche private. Assisto a un'autopsia, a una serie di svestizioni, pulizie e vestizioni della salma.
Un fascio di luce al neon. Odore denso di alcol e ammoniaca. Il corpo immobile e disteso, livido, freddo, di un uomo di 70 anni. È morto da un paio d'ore, per strada. I vestiti sono ammonticchiati in un angolo sopra una seggiola. Pantaloni, camicia, un gilet di lana, una giacca a vento. I parenti, due figli, restano fuori dalla palazzina anonima che ospita l'obitorio. C'è la possibilità di mettere le mani su: una collanina d'oro, un accendino apparentemente di scarso valore, e 20 euro saltati fuori dalle tasche. Lascio l'iniziativa a due addetti alla svestizione. Che non si fanno il minimo scrupolo, accennano, anzi, un sorriso. Ora tocca a noi.

In una saletta vicina, armati di ovatte, spugne, alcol, sali minerali, procediamo con la pulizia e la preparazione della salma. Si chiama tanatoprassi. La prima volta ti prendono i conati. Per quello che vedi e per quello che senti. Per il cinismo di chi tratta il cadavere, per l'aggravio di pena che gli viene riservata. Addio spiccioli, addio catenina. I parenti si ripresentano solo quando rivestiamo la salma.

Nessuna delle persone che incontro si prende mai il disturbo di dire che "i morti vanno rispettati". Magari lo pensano. Ma non lo dicono. Forse non ce n'è nemmeno bisogno. "Se fai questo mestiere, se vendi servizi funebri o se vendi i morti, oppure se, da dipendente del cimitero, dunque comunale, dunque stipendiato, li sotterri e per questo pretendi di essere pagato pure dalla famiglia - accade anche questo, come se coprire di terra la bara non fosse un obbligo ma un favore che il "becchino" rende ai parenti - se fai tutto questo - spiega un necroforo del Comune di Bari, inquadramento al sesto livello, 1.300 euro - a volte perdi di vista anche la morale minima".

Un pacchetto funebre completo costa in media 2.500 euro. Vestizione della salma; allestimento della camera ardente; bara; affissioni a lutto - che al Sud tirano quanto al Nord i necrologi sui giornali - ; fiori; trasporto del feretro; inumazione o tumulazione o cremazione tasse comprese (sono a parte solo il loculo e la muratura). Ci sono agenzie che ne chiedono anche 5mila. Ma la scelta dell'impresa non dipende tanto dal tariffario: è legata piuttosto e soprattutto al giro di conoscenze, al quartiere dove abita la famiglia del defunto, e a logiche non proprio limpide. Ricatti, anche.

"La borghesia sceglie tra due o tre ditte - spiega un collega navigato - Il ceto medio tra cinque o sei. Chi ha meno possibilità tra altre cinque. E poi c'è la malavita organizzata. Ogni clan ha la sua agenzia di riferimento. Quelli della Città vecchia vanno da uno, quelli del quartiere Libertà (oggi la zona a più alta densità criminale) da un altro, le famiglie d'onore di Japigia da un altro ancora. In molti casi la mafia offre protezioni e favori all'agenzia funebre. Trattamenti sempre ben ricompensati. Anche nelle periferie. San Girolamo, Enziteto, Ceglie, Carbonara. Lì piangono i loro morti sparati e li affidano sempre alle stesse imprese".

I 3mila morti l'anno a Bari e provincia fanno la fortuna di molti. Anche dei clan. Uno dei colonnelli del decapitato cartello di Japigia ha investito, dietro il paravento dei prestanome, quote sostanziose in una nota agenzia. Altri si limitano a metterci lo zampino, a controllare che i morti finiscano nelle bare giuste, quelle raccomandate dagli uomini d'onore. In certi casi, avviene a Carbonara, impongono alle famiglie di affidarsi solo a certe imprese. La "mia" ditta, apparentemente, non sta sotto l'ombrello di nessuno.
Ma chissà. Un servizio completo, 2.500 euro. Da togliere i costi delle spese. E la tangente, certo. Duecento euro, la richiesta minima.

Duecentocinquanta, quella ritenuta più adeguata. Il mio capo: "La chiedono tutti, gli addetti agli obitori e gli infermieri. E anche i medici. Gente che guadagna 4 o 5mila euro. E che non si accontenta. Telefonano, avvisano. A volte lo fanno attraverso gli infermieri e le segretarie, perché loro hanno paura di sporcarsi le mani". Scremato di spese e bustarelle, ogni morto rende un migliaio di euro a chi paga la tangente (le imprese), e 250-300 a chi la riceve (gli informatori).
Arriva una telefonata da Carbonara. È un medico. Giovane e in carriera. "Vedi che è morta...". Seguono nome e cognome della defunta. È un'anziana. Si è spenta in casa. Pronti, e via. Si parte. Funziona così.

La sentinella avvisa, dà il nome e l'indirizzo, e l'impresa si attiva: scatta la telefonata: "Pronto, è la famiglia...? Buongiorno, condoglianze...". Non sono momenti dove in casa si è proprio lucidi. Il primo che arriva, di regola, si becca il servizio. E prepara i soldi per il caffè. "Questo è un bel regalo...", mi dice l'autista del carro funebre. Si riferisce alla soffiata. Gli chiedo spiegazioni. Perché quella telefonata è considerata imprevista e foriera di tanta grazia? Risposta:
"Perché questa settimana non sarebbe il nostro turno". Mi si schiude un nuovo scenario. Un altro. Apprendo che in uno degli ospedali dove siamo stati c'è addirittura un sistema di rotazione delle mazzette. Ogni settimana gli uccellini fanno lavorare una ditta. Le altre aspettano. È il turn over del caffè.
Bisognerebbe rispettarlo - "un po' per uno e non si fa torto a nessuno", taglia corto uno dei beneficiari del pizzo - ma non importa. Se ti chiamano, vai. "Bisogna pur campare, o no?".

Campare. La parola è sulla bocca di tutti. È in assoluto, ed è un bel paradosso, la più ricorrente nella catena della fabbrica dei morti. Cosa non si fa per campare? ti chiedi. La domanda negli anni scorsi se l'è posta anche la magistratura barese. Un primo scandalo una decina di anni fa. Un rigurgito nel 2005. Indagati, arresti. Poi tutto come prima. Come sempre. Alle Molinette di Torino i finanzieri filmano gli addetti all'obitorio mentre prendono i soldi davanti alla salma. A Bari, volendo, si potrebbe girare un film a puntate. La mazzetta sul caro estinto si è irrimediabilmente annidata nelle pieghe della città. Al cimitero un sole tiepido scalda le lapidi, il morto è appena stato inumato. Piangono i parenti, il carro funebre ha il motore acceso. Siamo nel cortile alle spalle del locale che ospita le celle frigorifere. Via vai chiassoso di gente. Sguardo d'intesa tra il becchino che ha appena riposto la pala e un parente con l'aria del capofamiglia.

Il becchino, mi raccontano, è uno al quale conviene non dire di no. Ha amicizie pesanti, molto poco raccomandabili. I cento euro passano da mano a mano. Non è una mancia, non è un segno di gratitudine; nemmeno un disturbo da onorare. È proprio una tangente imposta. Fa così con tutti. Il sistema malato è ormai in necrosi. "Meglio per la famiglia, se paga", avverte un uomo che fa le pulizie. La cerimonia funebre si è conclusa. È pronto il caffè. Anche stavolta il morto fa campare i vivi. "Che bisogno c'era di disturbarsi?", chiedo al parente del defunto. E lui, indicando il necroforo: "Mè, e che vuoi da me? Quello è un bravo guaglion. È solo un poco particolare, hai capito o no?"

http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/cronaca/tangenti-estinto/tangenti-estinto/tangenti-estinto.html