sono già morto

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Sono già morto minerale e diventato pianta
Sono morto pianta e mi sono elevato ad animale
Sono morto animale ed ora, eccomi qua uomo. Perché devo aver paura della morte? Quando mai sono diventato di meno morendo?
Cosa mai potrò ancora essere: Acqua? Vento? Luce? Extraterrestre?

Un parere pro l'eutanasia

sono già morto

di Nicola Andriella* e Rachele Spagnuolo**
Il testamento biologico, o testamento di vita traducendo pedissequamente l’espressione anglosassone living will, è un documento scritto che permette di esprimere consenso o rifiuto ai trattamenti sanitari a cui si potrà essere sottoposti in caso di perdita delle facoltà mentali. Esso, dunque, è inteso a colmare, sia pure in maniera non completa, l’esigenza che nasce in caso di improvvisa e sopravvenuta incapacità del singolo individuo a relazionarsi con il sanitario che lo tiene in terapia, senza peraltro aver avuto l’opportunità di esprimere le sue volontà. Queste vengono, spesso, espresse genericamente nei confronti di un congiunto, senza assumere valore legale o direttivo e venendo quasi sempre disattese nel post mortem. A tal proposito, il testamento biologico sancisce, altresì, la valorizzazione del consenso informato espresso quando l’individuo si trova in stato di buona salute. Importante è sottolineare il concetto di autonomia decisionale del paziente, sebbene i nostri retaggi culturali, come mostrato dai risultati rilevati, ci conducono ad eludere il problema. Discorrendo di testamento biologico, non ci si può esimere dal fare riferimento all’eutanasia. Nella diatriba tra sostenitori e oppositori, la posizione dei giuristi è volta tendenzialmente a ridurre il dibattito in termini formali, interrogandosi sull’opportunità di riconoscere validità a tali direttive anticipate nel contesto di ordinamenti giuridici che non considerano la vita alla stregua di un bene disponibile; i medici, d’altra parte, si interrogano sulla compatibilità del testamento biologico con i loro doveri deontologici.

Indubbiamente, il presupposto di ogni pratica è strettamente ippocratico: è sempre un bene che il malato viva, è sempre un dovere per il medico aiutarlo a sopravvivere. Tutto ciò non nell’intento di garantire la guarigione da malattie spesso incurabili, quanto piuttosto per garantire una qualità di vita decisamente accettabile per il malato. Stabilire il limite delle cure palliative nel malato terminale è un’opzione che varia da medico a medico, anche se ogni sanitario dovrebbe evitare, sia per questioni etiche che deontologiche, di cadere nell’accanimento terapeutico.

E’ bene rimarcare che in Italia il testamento biologico non ha valore giuridico come espressione di volontà. Estendendo la questione in ambito europeo, va rilevato che sul piano comunitario le normative vigenti in materia sono diverse.

L’Olanda è all’avanguardia tra i paesi della comunità europea possedendo da svariati anni una legge sull’eutanasia che depenalizza questa pratica qualificandola come forma di rispetto nei confronti della volontà del malato, consentendo di fatto la libera scelta di prolungare o meno artificialmente la vita di un individuo, rimandando al singolo la possibilità di scelta ma autorizzando il medico ad attuare la pratica anche in assenza di un esplicito testamento biologico, nel presupposto che la tutela del miglior interesse del malato possa essere affidata non solo al soggetto direttamente interessato ma anche a chi di lui si prende cura.

L’Italia, sebbene i comitati di bioetica abbiano espresso pareri in merito a questa tanto controversa questione, dal punto di vista giuridico-normativo occupa una posizione del tutto marginale. Un recente sondaggio Doxa ha rilevato che il 73,5% degli italiani si dice favorevole all’introduzione del testamento biologico, quindi alla possibilità di una dichiarazione scritta di volontà espressa in stato di buona salute. Tuttavia il dibattito su questo tema molto rilevante è ancora aperto, dato che, da quanto riportato, una larga parte di intervistati si dice contraria per motivi morali o religiosi.

I tempi sono maturi perché si passi dal piano etico a quello di una vera regolamentazione giuridica, nel rispetto del diritto di ogni cittadino di decidere, in piena autonomia e libertà, il proprio futuro in merito alle modalità di gestione del “termine della vita”. Inoltre non va sottovalutato il valore educativo che questa tematica assume, negli adolescenti, nei giovani adulti e nelle persone mature, educandoli ad affrontare temi esistenziali e interrogare se stessi sul modo in cui si intenderebbe concludere il proprio ciclo biologico.

Il presente studio nasce, dunque, dalla necessità di informare l’utenza su una tematica tanto complessa e delicata, e dalla opportunità di ricavare, attraverso la valutazione delle risposte prodotte dai soggetti esaminati, dati statistici importanti.

Sarebbe auspicabile strutturare centri appositi per la custodia di tali documenti e, nel rispetto delle norme sulla privacy, garantire che non vengano disattese le volontà espresse dal sottoscrivente. Va rilevato, tuttavia, che allo stato attuale non esistono centri strutturati sul territorio nazionale deputati alla custodia di questi atti e che le figure di riferimento risultano essere i familiari.

Riteniamo che le figure di riferimento dovrebbero essere, in primo luogo, il medico deputato all’assistenza primaria, che dovrebbe raccordarsi con le U.O. di Medicina legale territorialmente competenti. Queste dovrebbero essere strutturate in maniera da rendere possibile la realizzazione delle volontà espresse dal paziente nel rispetto del principio di autodeterminazione e del consenso informato redatto anticipatamente, prima che qualsiasi danno, cerebrale o non, ne comprometta la consapevole espressione.

Aspetti psicologici della tematica
Da una rassegna sul tema, emergono delle novità interessanti in merito alle metodologie psicologiche. Come riportato dalla rivista “Nuove tendenze della psicologia” sul tema delle direttive anticipate, con le quali ogni cittadino potrà esprimere le proprie volontà sugli eventuali trattamenti futuri in caso di patologie involutive, croniche o politraumi accidentali, l’aumento dell’autonomia del paziente, seppure auspicabile, si riflette inevitabilmente in maniera negativa sull’autonomia decisionale delle figure professionali preposte alle cure, in primis medici e psicologi. In tal modo ne sminuisce il ruolo e ne riduce gli spazi di autonomia gestionale anche in considerazione del fatto che gli psicologi si collocano su un versante di mediazione tra le varie figure sanitarie e il paziente.

Da sempre impegnati nel processo di umanizzazione delle cure e all’interno del Comitati di Bioetica, gli psicologi devono assumere la responsabilità ed il compito di promuovere la crescita di autonomia del cittadino ma, anche e soprattutto, preservare la tutela del rapporto terapeutico.

Può essere utile rilevare che il ruolo dello psicologo dovrebbe soffermarsi sugli aspetti deontologici e privilegiare metodologie tese al rispetto dei principi etici, impegnandosi nella sensibilizzazione degli innumerevoli aspetti della sfera emotiva che si slatentizzano nella formulazione del testamento biologico. Il tutto al fine di creare opportunità di applicazione clinica “scientificamente fondate” necessarie per la promozione del benessere sociale [...]

Bibliografia
AA. VV., Testamento biologico. Riflessioni di dieci giuristi. Umberto Veronesi Foundation, 2006 AA. VV., F. Turolo (a cura di). Le dichiarazioni anticipate di trattamento. Un testamento per la vita. Fondazione Lanza - Gregoriana Libreria Editrice, Padova 2006-07-26.
Nuove tendenze della psicologia, volume 4, numero 1 marzo 2006, Edizioni EricKson Malagutti M.
[* Responsabile U.O. Medicina legale e Invalidita Civile Asl CE/1] [** Psicologa, attualmente presso U.O.S.M. Teano e A.D.P Asl CE/1]