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Una piantina di pomodoro

di Antonio Narciso

                                                  

 

Fa caldo, molto caldo.

 

Seduto in mutande sul  dondolo di casa situato all’ombra del portico,  osservo una  moribonda  piantina di pomodoro circoscritta in un piccolo vaso.

 

E’ nata e cresciuta grazie a me che giornalmente provvedo alla sua dose di acqua.

 

Ne  erano  nate  diverse per  la precisione, ma le altre le ho trapiantate in piena terra, lasciando sola nel vaso la più piccola.

 

A  dire  la  verità  volevo  strapparla,  buttarla fra  gli scarti.  Era  troppo  piccola  per essere trapiantata. Pensavo che avesse scarse possibilità di sopravvivere e riprodursi.

 

La lasciai  nel  vaso,  un po’ d’acqua la farà campare,  specialmente  ora  che  è rimasta  sola,  pensavo.

 

Osservo le sue gialle e flosce foglie rinchiuse in se stesse che si sono sacrificate per prime pur di salvare l’insieme e non posso far a meno di provare un senso di pena. Immagino che  mi  stia  osservando, che avverta il mio disagio e vuole rassicurarmi.

 

Malgrado non dispone del giusto nutrimento per vivere, ha generato il necessario per riprodursi. Tre  piccolissimi  pomodori  che  sfruttano  ogni,  seppur  minima,  possibilità per completarsi. Tre miseri pomodori  che  hanno  avuto  origine  da una  misera piantina circoscritta in un misero vaso che deve la sua esistenza non alla natura ma a me che la osservo soffrire.

 

E’  fine  agosto  e  fa  ancora  molto  caldo,  ci  saranno  almeno  oggi.  Si  è  anche  sollevato  un  po’ di vento, un debole alito di vento che spira dal sud, un vento secco che fa evaporare ogni residuo di umidità.

 

Le  foglie  secche  che  le  varie  piante  incominciano  a  perdere,  si  lasciano trasportare via. Le osservo rincorrersi  quasi  gioiose,  felici  di  lasciarsi  andare,  di  rotolarsi e  sollevarsi nell’aria per un ultimo breve felice attimo di spensierato divertimento prima del nulla.

 

Continuo  a  sentirmi  in  colpa,  se  non  avessi dimenticato ieri, e anche oggi, di annaffiarla, non sarebbe così mal ridotta. Mi fa molta pena.

 

Immagino la  sua  sofferenza  ma  non posso  far  nulla.  Non posso annaffiarla ora, rischio ugualmente di dargli il colpo di grazia, devo aspettare la  sera,  quando la  temperatura scende ed il sole non scalda più le sue radici.

 

Mi sdraio del tutto, a quest’ora con il caldo che fa non c’è niente di meglio di una pennichella.  Mi  lascio un po’  dondolare confidando di addormentarmi.

 

No,  impossibile,  il  pensiero  di  quella  pianta  non  mi abbandona.  La sento gemere nella mia mente, un debole lamento di pacata rassegnazione.

Le  sue  sorelle  sono lì che cantano, sono state trapiantate in piena terra, lì hanno quelle comodità che gli permettono di crescere rigogliose e spensierate. Sanno bene che avranno ogni cura fino alla fine della loro  naturale esistenza. Piante uguali, sorelle che io ho separato, donando ogni necessità a quelle dell’orto e tribolazioni a quella del vaso.

 

Ora  sono io che  soffro.  M’immedesimo  con lei, mi  immagino con una catena ai piedi che non mi permette  di muovermi.  Seminudo al  sole senza acqua da giorni e aspetto che il mio creatore che si  ricordi di me.  Aspetto  colui che mi ha dato la vita,  colui che mi  ha fatto  crescere fino ad ora e colui che si prenderà cura dei miei frutti.

 

All’improvviso  un’idea.  Non  posso  annaffiarla  ora,  accaldata  come  sta,  ma  posso  portarla qui sotto il portico, almeno all’ombra si sentirà un po’ meglio.

Perché non ci ho pensato prima. Anzi farò di più, metterò dell’acqua al sole, cosi si intiepidirà un po’ e potrò dissetare la mia amica pianta un po’ prima di sera.

 

Ora  mi  sento  meglio.  Ho  fatto  quello  che  potevo  fare, non c’è altro. Posso rilassarmi un po’ e finalmente fare la mia meritata pennichella.

 

Il tempo passa. Oh, come passa il tempo!

 

Mi  sveglio  di  soprassalto guardando l’ora. Sono le cinque, l’ora della merenda. Da quando sono in pensione mi sono imposto di rispettare le regole e alle cinque bisogna fare merenda.

 

In  cucina  trovo  mia  moglie che si sta preparando delle fette di pane casereccio con delle acciughe sott’olio. Anche lei, ancor prima di me rispetta le regole.

 

A mia moglie il panino le piace  mangiarlo  in  salotto,  davanti  alla  TV e al suo programma preferito.

A  me  invece  piace  mangiarlo sul mio  dondolo,  osservando le piante, le lucertole, le formiche e gli uccelli che sicuramente già sanno che qualche mollichella resterà anche per loro.

 

Oh, come amo la natura, i colori, i rumori e la serenità che ti trasmette.

 

Mentre  mangio il  mio  panino  lo  sguardo va alla  piantina di  pomodoro, “”  penso, “all’ombra sta sicuramente  meglio”,  poi  osservo quei  piccoli  pomodori rossi e istintivamente allungo la mano per prenderli.

 

Oh, com’è buona la merenda con pane, acciughe, olio di oliva e pomodori!